ugg official shop Francesca Diotallevi e il suo nuovo romanzo

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Ci sono dei libri che ci catturano più di una volta: Dentro soffia il vento, pubblicato da Neri Pozza, ha una copertina che racconta una storia senza parole, tanto per cominciare; poi c’è il titolo: il vento è la voce dell’Universo, in fondo, e se soffia dentro, porterà anche le mie parole, uno pensa; e quando lo si piglia in mano e lo si apre, questo libro che già ci ha scelto, porta come epigrafe due citazioni che sono poesia e sono sintesi di felicità, inquietudine, umanità (d’altronde, si tratta di parole di Fabrizio de André e di Albert Camus, che dell’Umano si intendevano assai).

La pagina e mezzo che apre il libro fa il resto, nel caso ci fosse ancora bisogno di essere convinti: siamo nel mondo delle leggende, delle fiabe che portano a noi riverberi di una verità perduta nel tempo e rimaneggiata attraverso tante bocche.

Così, da lettori, ci svegliamo in un paesino della Val d’Aosta, dove persino la lingua, il patois, è un po’ estranea a noi come a Don Agape, il nuovo sacerdote che ha scelto di lasciare il centro del mondo, Roma, per mettersi alla prova come parroco (e come credente) a Saint Rhémy, che non è esattamente un luogo alla moda, anzi l’anziano parroco che accoglie Don Agape potrebbe essere il ritratto della tradizionalismo chiuso in se stesso, soffocante e soffocato. La sensazione di straniamento è rafforzata dalla distanza nel tempo: c’è il treno, ma la modernità si ferma qui, e con lo svolgersi degli avvenimenti capiremo di essere stati catapultati al tempo della Grande Guerra.

L’iniziale vertigine, lo spaesamento a me paiono una gran bella cosa: l di leggenda che avvolge il romanzo, crea un certo stacco con la quotidianità che permette di assumere prospettive diverse, lasciarsi vincere dalla fantasia seguendo ritmi diversi dal della vita moderna Per tutto il tempo della lettura, saremo in un’altra dimensione spazio temporale, dove l’umanità ha meno filtri, meno ‘strumenti’ e dunque emerge con maggiore prepotenza, ‘purezza’, rispetto a quello che accade oggi, in una realtà in cui tutti siamo sempre connessi ma raramente davvero coinvolti. A Saint Rhémy, invece, non ci sono ancora i cellulari (manco l’elettricità quasi!), eppure è forte la coscienza di comunità, di comunione: Agape nota giustamente che il paese è come una grande famiglia E se da un lato automaticamente pensiamo al senso di protezione che danno i legami familiari, dall’altro sappiamo tutti che non è sempre facile andare d’accordo coi parenti, giacché non te li puoi quasi mai scegliere!!!

Effettivamente, di inattese linee genealogiche ne troveremo, nel paesino valdostano: insieme ad Agape, ricostruiremo una storia intricata che riserverà qualche sorpresa (di cui ovviamente non svelerò nulla), e che tuttavia non tradirà quel legame profondo che unisce gli abitanti di Saint Rhémy, un legame le cui radici sembrano confondersi con quelle degli alberi dei boschi in cui vive Fiamma, ma anche gli zingari, ma anche i fantasmi di una memoria che oggi diremmo collettiva. Ecco, questa specie di alleanza segreta (ignota persino a coloro che l’hanno stretta), di complicità silenziosa e implicita, è ciò che mi pare renda questo romanzo così particolare, così appassionante.

Fiamma, dai capelli rossi come il fuoco, è la giovane figlia di Vivienne, che una colpa mai subita ma anzi vissuta con spavalderia quasi, aveva spinto nel bosco, lontano da quel paese che la condannava in pubblico come strega, ma ricorreva a lei in segreto per guarire dai mali che affliggevano i corpi e lo spirito dei suoi abitanti. Solo il maestro, Lucien, andava a trovarla: aveva giocato con la piccola Fiamma e le aveva insegnato a leggere, come avrebbe fatto coi propri figli, se fossero sopravvissuti un po’ più a lungo al parto. Ma il destino, o la Provvidenza, direbbe don Agape, segue i suoi piani e sembra infischiarsene di quello che gli uomini desidererebbero per sé e per i suoi cari: così, quando Fiamma incontra Raphael, un ragazzino del paese, non sa che sta conoscendo la felicità e la disperazione in un colpo solo, lo scoprirà molto più avanti, quando la guerra lacererà la tela su cui Saint Rhémy sembrava essere dipinto. Ma se pensate di avere capito, fermi lì: perché non c’è solo Rapahel, c’è pure il fratello maggiore Yann, che perde la sua battaglia con la Natura eppure, mentre è quasi sul punto di morire, scopre che l’amore è davvero più forte della morte. E ci sono gli zingari, che scatenano, oggi come allora, la paura del diverso e catalizzano i peggiori pregiudizi. Non solo: ci sono fratelli e sorelle, genitori e figli (vivi, morti), c’è un Dio che per tanto tempo sembra muto e lontano, intrappolato in un rappresentante, in un tramite, che è più freddo della neve che, indifferente a tutto e tutti, una notte si stacca dalla montagna sopra Saint Rhémy.

Ecco , gli ingredienti ci sono tutti o quasi. Le voci di Agape, Fiamma e Yann portano avanti la loro storia, permettendo al lettore di avere un punto di vista privilegiato che comprende ciò che, di volta in volta, gli altri due ignorano. Non si tratta solo di una scorribanda nel tempo, tra ricordi e presente, però: ci si sposta anche al di là delle Alpi, nelle trincee dei campi di battaglia, per esempio; si viaggia sulle parole dei racconti ma anche sulle linee delle frasi scritte in lettere a lungo celate. E si arriva, alla conclusione, nel futuro: il cui colore è, come dice la teoria, la somma di tutti i colori, che finalmente si ricompongono e salvaguardano il senso profondo di ogni dettaglio nella grande sintesi.

Francesca Diotallevi ha trovato le voci giuste per i suoi personaggi, che ci entrano nelle orecchie ma si fermano nel cuore. Sicuramente c’è un grande lavoro di ricerca, dietro ad un romanzo che è anche storico (ma si direbbe che Francesca si diverta molto a lavorare col passato, come dimostrano i suoi due precedenti romanzi, Le stanze buie e Amadeo , je t’aime che, notizia dell’ultim’ora, sembra proprio che diventerà una pièce teatrale!), però la fatica non si sente: le voci di Agape, Fiamma e Yann raccontano senza soluzione di continuità; i personaggi sono spinti da una specie di urgenza, ognuno sollecitato da una passione (nel senso più etimologico del termine) che troverà pace solo alla fine, quale essa sia.

Leggendo Dentro soffia il vento (scoprite da voi a cosa si riferisce, e provate anche a indovinare perché Fiamma si chiama così, e perché nell’ultimo capitolo compare un elemento nuovo), m’è tornato in mente Il cuore selvatico del ginepro di Vanessa Roggeri e anche La ianara di Licia Giaquinto: l’Italia ha un passato di spietata superstizione che arriva all’altro ieri se non a questa mattina, e ciò che non si può descrivere con le quattro parole del nostro misero vocabolario antropologico fa sempre paura. Francesca ha saputo cogliere molto bene questa nostra duplicità, sia in ambito sociale che privato, ed è riuscita a tirare fuori l’amore (che è completamento tra amanti, ma anche legame unico tra genitori e figli e affetto profondo tra fratelli o carità: insomma non solo eros, ecco!) anche da sotto i ghiacci, da solitudini granitiche, da pregiudizi duri, proprio come le montagne in cui si svolge il romanzo. Proprio brava!

Quindi, mi sono detta, perché non incontrare Francesca e farci raccontare un po’ meglio da dove arriva questo vento e quali nuove ci porta?!

Credo fermamente che uno diventi scrittore quando c’è una storia che esige di essere scritta. Come un’urgenza di uscire fuori, di venire messa al mondo e si innesta nella testa e nel cuore di colui o colei che poi la tradurrà in parole.

Quand’è che ti sei ritrovata ‘gravida’ della storia di Fiamma, di Yann, delle loro famiglie e degli abitanti di Saint Rhémy, il paesino in Val d’Aosta dove arriviamo in estate insieme al nuovo curato, Don Agape?

Sono assolutamente d’accordo, e infatti io riesco a scrivere solo quando ne sento davvero l’esigenza, ovvero quando una storia mi prende al punto che riversarla sulla carta diventa una necessità. Mettermi alla scrivania e scrivere senza sentire questo ‘fuoco’ non ha alcun senso, per quanto mi riguarda. Dentro soffia il vento ha iniziato a ronzarmi in testa in un momento ben preciso, ovvero quando mi sono trovata davanti a una fotografia che raffigurava una lapide (di cui parlo alla fine del romanzo). Questa immagine mi ha colpito al punto che la mia mente ha subito iniziato a elaborare degli scenari in cui poter inserire il fatto, e alla fine ne è nato questo romanzo. Non ho iniziato a scrivere subito, però, ho lasciato che per qualche mese le idee ‘fermentassero’. Quando mi è sembrato di essere abbastanza innamorata della storia che avevo in mente per farne qualcosa di buono, mi sono seduta alla tastiera e ho fatto di tutto per dargli vita.

Credo anche che si scriva di ciò che si conosce molto bene (in questo senso intendo io l’aggettivo ‘autobiografico’ in relazione alla letteratura) o di ciò che non si conosce affatto, e mi pare che tu qui abbia fatto entrambe le cose. Penso a creare un personaggio credibile e coerente di un sesso che non è il tuo; o a scrivere di una esistenza che esiste fuori da una comunità quando oggi siamo sempre ‘connessi’; oppure a costruire la sensibilità di un religioso (convinto uno, l’altro un po’ meno), per esempio Cosa ti ha comportato maggior impegno, maggior travaglio (per rimanere nella metafora del parto)? Cosa è invece venuto più naturale?

L’unica cosa che ho trovato davvero difficile scrivere sono state le lettere dal fronte. Calarsi nell’intimo di un ragazzo che, all’improvviso, si è trovato a vivere un inferno, è stata la cosa più complicata, non solo emotivamente, ma anche a livello di ricerca e documentazione. Per il resto ho attinto da me stessa, dalle esperienze vissute, dai libri che ho letto, ciò mi è servito per caratterizzare i personaggi e sono felice di sapere che il risultato finale sia stato convincente.

Mi ha sempre incuriosito il processo creativo che, per un artista, penso avvenga in parte inconsciamente ma che ha a che fare anche con scelte precise. Mi ricordo del foglio si cui Thomas Mann aveva segnato un po’ di nomi possibili per i suoi personaggi del Faustus Ora, nel tuo romanzo alcuni nomi trovano la propria ragione all’interno della vicenda, ma a me è piaciuta molta la scelta di Agape, corpulento e afflitto dai mal di testa, che ho immediatamente collegato alla citazione di De Andrè che metti all’inizio del romanzo (profonda e commovente come quasi sempre le parole di De Andrè), alla pietà. E’ questo che muove il tuo romanzo, quella caritas che ci sta diventando dolorosamente estranea?

Agape è un personaggio che è nato in sordina, ma ha piano piano trovato la sua voce e la sua regione d’essere all’interno della storia, tanto che le mie scene preferite del romanzo sono (quasi) tutte collegate a lui. Gli ho prestato molto del mio carattere (l’insicurezza, la crisi davanti a una vita che non si sente ‘propria’) e, alla fine, gli ho affidato quello che considero il dialogo portante dell’intera storia. Il suo nome non è scelto a caso, significa ‘amore per il prossimo’, e indica anche l’amore di Dio per l’umanità. Ed è proprio Agape che, alla fine, comprendendo se stesso, spinge l’intera comunità ad aprirsi, ad accogliere ciò che è diverso e, per questo, temuto. Il messaggio del romanzo vuole essere soprattutto quello che solo insieme ci si può salvare, mentre restare chiusi nella propria diffidenza e alimentare i pregiudizi con altri pregiudizi non porta, e non porterà, nulla di buono.

Il romanzo è organizzato in un’alternanza di capitoli in cui si alternano le voci di Agape, Fiamma e Yann: ciascuno vive la medesima situazione in maniera diversa, perché differenti sono i loro caratteri, le loro personalità. Mi sembra, in realtà, che si tratti di una sorta di caleidoscopio in cui alla fine l’immagine risulta dalla somma degli elementi base che si combinano. E’ così davvero? Che colore, che umore c’è alla base di ognuno dei tre personaggi che portano avanti la vicenda?

Sono tre personaggi molto differenti, con ruoli differenti all’interno della storia. Se dovessi attribuire a ciascuno di loro un colore, direi che Yann è il blu profondo della notte, una notte fredda e tersa, come è l’anima di questo uomo incapace di lasciarsi andare, che paragono a una fortezza senza ponti levatoi. Fiamma, inevitabilmente, mi porta alla mente il rosso delle braci nel camino, lei sola può scaldare e rischiarare, ed è capace di accogliere anche chi le è distante per carattere o etnia. Agape, invece, è bianco come la neve in cui ritrova se stesso, un’anima candida che non concepisce le brutture del mondo.

In questo romanzo mi sembra ci sia uno scontro di titani: la Natura, Dio, la Magia Cosa vuol dire lavorare con queste ‘forze’ e catturarle in parole? Ed è uno scontro o piuttosto un confronto (no spoiler please!)?

In verità ciò che mi premeva, all’inizio, era riuscire a restituire l’immagine delle montagne così come la ho dentro di me: giganti eterni fatti di roccia e ghiaccio, maestosi e immutabili. Gli uomini che vivono alla loro ombra devono, da sempre, fare i conti con una natura spesso impietosa, capace, in un attimo, di spazzarli via come birilli. Per questo ho voluto contrapporre Dio, da un lato, e la magia, le credenze pagane, dall’altro: l’unico modo in cui l’uomo può sentirsi ‘protetto’, di fronte a una natura che sa essere implacabile, è quello di rifugiarsi nella Fede, qualunque essa sia.

C’è questa malsana e nociva convinzione che per scrivere non ci voglia una grande preparazione. Mentre nessuno si farebbe operare da un calzolaio, tutti pensano che lo scrittore non abbia competenze precise. Tu hai scritto romanzi anche molto diversi tra loro, Dentro soffia il vento è il romanzo vincitore dell’ultima edizione del Premio Neri Pozza Fondazione Pini Circolo dei Lettori Sezione Giovani Come ci si prepara a scrivere un romanzo, quali sono le competenze necessarie, quando si capisce che è davvero finito e come ci si confronta con l’editore (o più concretamente con l’editor)?

Se devo essere sincera, io non ho frequentato scuole di scrittura, dunque non saprei valutare in tal senso la mia preparazione tecnica. Non posso nemmeno dare una valutazione alla mia preparazione letteraria: è vero che ho sempre letto molto, sin da quando ero bambina, ma sono consapevole di alcune grosse lacune che dovrei, prima o poi, colmare. Un giorno mi sono chiesta come sarebbe stato scrivere un romanzo, e da lì è iniziata la mia avventura. Da quei primi capitoli, frutto di tante perplessità (i personaggi saranno interessanti? La trama mi condurrà da qualche parte? La struttura reggerà?) ho fatto tanta strada, e ho capito una cosa: scrivere è un mestiere e, come tutti i mestieri, si impara sul campo. In questi anni ho avuto la fortuna di confrontarmi con diverse case editrici, e con bravi professionisti del settore, e da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Oggi, iniziare un romanzo per me significa infilarsi un paio di scarpe con cui ho già corso tre maratone: le scarpe sono collaudate, certo. E io so, più o meno, che ritmo devo tenere per non crollare, per arrivare fino alla fine e tagliare il traguardo. Ma questo non significa che non ci saranno intoppi durante il percorso ogni libro è una cosa a sé. L’unica cosa che conta, alla fine, è metterci il cuore. Sempre.

Concedimi due domande da libraia (quello sono, tra l’altro): dove scegli i libri che leggerai? Ti piace chiacchierare con i librai? E il tuo rapporto con i libri sul web com’è?

Amo follemente le librerie, e i bravi librai. Uno dei miei sogni (chissà se riuscirò mai a realizzarlo) è quello di avere una piccola libreria, magari con caffetteria annessa. Quanto ai librai, mi piacciono quelli che amano il loro lavoro perché convinti che vendere un libro sia come regalare una seconda vita, un sogno, qualcosa di magico, insomma. Non un semplice oggetto. Conosco diversi librai orgogliosi di fare questo lavoro, sono quelle persone che azzeccano sempre il libro giusto se gli chiedi un consiglio. E questo per me dice tutto.

Un altro luogo dove mi reco spessissimo a scegliere le mie letture sono le biblioteche. Ho avuto la fortuna di lavorarci per un periodo della mia vita, ed è stato bellissimo. So che per molte persone i libri rappresentano un feticcio da possedere assolutamente, e per i romanzi che amo anche per me è così, ma la sensazione dei libri vissuti, quelli che sono passati per centinaia di mani, e altrettante ne vedranno, hanno un fascino tutto loro.

Sul web sì, mi capita di acquistare, ma si tratta quasi solo di testi di difficile reperibilità, perché non mi priverei mai del piacere di entrare in una libreria.

Non posso non chiederti delle tue letture preferite!

Cosa cerchi in un romanzo? Quali letture ti hanno cambiato e ti porti dentro? Dai,
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consigliaci un paio di titoli speciali, da leggere DOPO aver finito il tuo romanzo!