ugg 2013 Fotogallery DINO CRODINO E L’ANTELAO

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Descrizione del viaggio/attivit :

Il titolo dice tutto e niente. Come si pu abbinare il nome di uno spot pubblicitario alla grande montagna cadorina?

Quest’anno mi sono preso l’onere, e l’onore, di verificare le condizioni del Bivacco Cosi all’Antelao, la storica, piccola costruzione del CAI Padova situata poco sotto la cima del Re del Cadore. Alcune persone passate di l hanno denunciato una situazione un po’ precaria della costruzione tanto che la sezione l’ha resa inagibile.

Arrivare in quel luogo per me sempre un’autentica emozione. Ho accettato l’incarico per puri motivi d’affetto. Diversi decenni fa mio padre, che non c’ pi da venticinque anni, era l’ispettore del bivacco. Con lui salii a met degli anni ’70 verso la cima ma una placca di ghiaccio e la mia inesperienza ci fece tornare da poco sotto la vetta. L’Antelao in effetti una montagna magnifica nella sua crudezza, imponente e severa.

A casa conservo ancora lo storico libro del bivacco. Esso contiene firme illustri degli anni ’60 ma soprattutto mostra due pagine drammatiche di storia della montagna. Nel 1960 sei ragazzi molto giovani, alcuni con pochissima esperienza alpinistica, partirono da San Vito. Passarono per il bivacco dopo aver incontrato lungo le “laste” la famosa guida Natalino Menegus. Vista la loro attrezzatura questi sconsigli loro di spingersi fino alla vetta ma di fermarsi semplicemente al bivacco. Lasciarono uno scritto proprio sul libro con l’intenzione di proseguire verso la vetta.

La raggiunsero, sicuramente stanchi ma felici. Durante la discesa per la scivolata di uno trascin l’intera e unica cordata lungo quel vertiginoso canalone salito da Otto Oppel trant’anni prima. Li trovarono il giorno dopo 600 metri pi in basso, ancora tutti legati tra loro.

Mio padre, mentre ero ragazzo, mi raccontava di questa tragedia e ho sempre conservato, come lui, il ricordo dei sei ragazzi morti per un ideale romantico tra le due pagine cellofanate del libro del bivacco.

Sono salito il 12 agosto, appena andata via l’ultima e tardiva neve, con Roberto. Non ci spingemmo fino alla cima ma ci fermammo al bivacco per verificarne le condizioni. Lungo il cammino, alla Forcella Piccola, incontrammo Alberto Bonafede detto Magico, guida alpina. Con lui e tre suoi clienti salimmo per il ghiaione, le cenge e le laste fino al bivacco. Insieme ne verificammo gli interventi da effettuare. Mi disse che gli alpinisti di San Vito sarebbero stati ben disposti ad aiutarci per il restauro. Ci salutammo perch con i clienti, dopo poco, prosegu per la vetta mentre Roberto ed io, una volta fatte le fotografie del ricovero e dei suoi ancoraggi, tornammo verso valle. Dopo meno di quindici giorni Magico croll assieme alla gigantesca frana del Pelmo, durante uno dei soccorsi dolomitici pi drammatici.

Ma veniamo al 30 settembre. Decido di tornare al bivacco, questa volta con Carlo, un amico e forte alpinista di Firenze. Carlo, rispetto a me e Roberto, fa il fabbro. Sta restaurando per il CAAI il Bivacco della Fourche in Monte Bianco. Chi conosce ed stato alla Fourche pu capire anche le qualit lavorative di Carlo: una costruzione debordante da una paurosa cresta. Anche questo bivacco mi evoca ricordi drammatici. Nell’86 partimmo da l in cinque per salire il versante della Brenva al Monte Bianco. Tornammo solamente in tre.

Torniamo all’Antelao, bene non far correre troppo i ricordi crudeli. Partiti dal Rifugio Scotter e arrivati alla base delle rocce, dopo un paio di ore di camminata, raggiungiamo un signore, un po’ anzianotto, che avevamo scorto da gi mentre faticava su per il ghiaione. Porta con s un misero zainetto, una felpa grigia e una bomboletta di vernice rossa. Gi ha cominciato a segnare la via sui vecchi e sbiaditi segni. Gli chiediamo se avesse il compito di ridare visibilit alla traccia ma, enigmaticamente, ci risponde che si sta segnando la via del ritorno. L per l non facciamo caso al discorso, la troviamo, per cos dire, una battuta. Ci chiede se andiamo in cima e se per noi ce la far anche lui. Vorrei mi descrivesse il suo curriculum ma sinceramente non abbiamo poi cos tanto tempo (probabilmente ne bastava molto poco). Mi limito a chiedergli se ha i ramponi. Dopo la sua risposta positiva lo salutiamo e proseguiamo spediti come prima. Raggiungiamo la “Bala” che l’uomo non si vede pi .

Saliamo per le “laste” chiecchierando animosamente come facciamo fin dall’inizio. Carlo ed io ci vediamo saltuariamente, alle riunioni e ai corsi della Scuola Centrale di Alpinismo o ai convegni dell’Accademico ma siamo amici esattamente da 10 anni, quando facevamo coppia fissa nella spedizione/corso organizzata da Mountain Wilderness in Pakistan. Con Carlo ci si diverte sempre. il tipico toscanaccio burlone e caciarone. Non c’ modo, con lui, di non ridere e sdrammatizzare ogni cosa. Nel 2001 insieme salimmo due cime inviolate, una delle quali per una parete di ghiaccio esemplare.

Arriviamo al bivacco senza accorgercene anche se son passate ben quattro ore. Dopo un breve spuntino iniziamo a valutare le condizioni, a far fotografie e ad applicare una finestrella provvisoria al posto di quella rotta che stata complice in questi ultimi anni dell’umidit insediatasi all’ingresso del ricovero. Carlo prende le misure per un’eventuale sostituzione del pavimento, poi valutiamo la pericolosit di un masso pericolante dietro la costruzione.

Finito il lavoro mi affaccio in cresta e scorgo, a circa cinquanta metri dal bivacco, il signore incontrato all’attacco. Sta salendo lungo le “laste” innevate e sta per raggiungere il bivacco. Lo saluto e mi risponde rinfrancato dalla nostra presenza. Arriva al bivacco felice ma un po’ scosso. Gli guardo le scarpe e non scorgo i ramponi. Mi risponde che li ha, “sono qui sul tacco, tendono anche sempre a togliersi “. “Sono i ramponcini utili per camminare in citt quando c’ un velo di ghiaccio!”, gli dico. “Come mai non li ha come i nostri?” Mi risponde che li ha comprati il giorno prima e ha preso questi perch costavano meno. “La vita non vale 50 euro!” la risposta che mi viene da dargli. “Ora lei se ne torna gi . Con quell’attrezzatura non pu arrivare in cima all’Antelao oggi!”.

Un po’ deluso, mentre noi proseguiamo per la vetta, s’incammina verso valle meravigliandosi che avessimo perfino la piccozza. Mentre saliamo lungo le creste e i caminetti ogni tanto lanciamo uno sguardo preoccupato verso il basso. Lo scorgiamo scendere, gi sotto il limite della neve e ci consoliamo.

Arriviamo in cima, una giornata radiosa, senza vento, magnifica. In breve siamo di nuovo al bivacco dove prendiamo le cose di lavoro e ci incamminiamo verso valle. Fin dai primi metri ci viene in mente la battuta iniziale di quel signore tanto strano, quanto sprovveduto: “mi segno la discesa”. Una bordata di bolli rossi, sulle rocce, sulla neve, sugli ometti costruiti per trovare la strada senza indugi. Ogni due o tre metri un cerchio, una striscia o una freccia a indicare una via gi abbondantemente segnata in modo naturale dalla traccia sulla neve. Mentre Carlo sghignazza amaramente sulla demenza dell’uomo mi assale una rabbia incontrollabile. Vorrei correre per raggiungere quel pazzo, sequestrargli la bomboletta e farlo tornar su a ripulire l’Antelao. Non si pu sbagliare sulle “laste”. Sono larghe una quarantina di metri, sia a destra che a sinistra si spalancano abissi di pi di 1000 metri. Non ammissibile un tale scempio.

Scendo sempre pi incavolato e amareggiato per non aver saputo interpretare le parole di quel matto che ora ci precede nella discesa di circa un’ora.

Alla fine della parte alta delle “laste” c’ da scendere un liscio caminetto. Tre bei bolli rossi dipinti su altrettanti ometti ora indicano l’imbuto. Scendiamo continuando a commentare e una flebile voce si fa viva sotto di noi “Aiuto!”. “Ecco, ci siamo” dice Carlo cinicamente. “Che t’avevo detto? Uno cos non era detto che sarebbe arrivato fino in fondo”. “Stai fermo l , ora arriviamo, non muoverti!”. Arriviamo alla forcella dove sbocca la variante Lindemann e lo scorgiamo gi nel friabile canale per una quarantina di metri. Gli chiedo perch fosse sceso di l anzich continuare per le “laste” che aveva cos decorosamente segnato. “Non sono sceso, sono caduto”. Ha fatto quei quaranta metri con salti, ghiaccio e roccia ed ancora vivo!

Ci mettiamo l’imbragatura, svolgiamo la corda e Carlo mi cala fino a pochi metri da lui, la corda non arriva per poco. Ha la faccia tumefatta e dice di avere le costole e un piede rotti. Carlo chiama il Soccorso mentre io lo tengo sveglio e vigile parlandogli e inventandogli la mia vita. Gli passo il maglione visto che ha solo una felpa e si trova in questo canale da circa un’ora.

Dopo non pi di dieci minuti l’elicottero gi sopra di noi a sventolarci (non ho pi il pile) e dopo circa un’ora e mezza di complicate operazioni Dino, questo il nome che mi ha rivelato, in volo dentro una barella e con un tecnico a fianco.

Senza di noi non ne sarebbe uscito vivo. Non c’ nessuno sull’Antelao in un venerd di fine settembre! Solo noi, saliti per vedere i lavori da fare al Bivacco Cosi.

Scendiamo lungo le “laste” con le mille considerazioni dettate dall’accaduto e dai bolli rossi che persistono. Ma le sorpese del giorno non sono ancora finite. Sulle cenge, oramai fuori dalle difficolt , il segno del passaggio di quell’uomo si fa pi presente, pi drammaticamente vivace. Nella parete dell’Antelao, quella che guarda la Forcella Piccola, quella che ha visto migliaia di alpinisti godere delle sue rocce ora c’ una scritta rosso sangue: “DINO CRODINO”.
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