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Capo Istruttore del settore DC 8, incaricato dello sviluppo e della valutazione delle piattaforme inerziali per l’uso aeronautico, Dirigente addetto alla Sicurezza del Volo della Compagnia di bandiera, fin dalla sua istituzione, che ha curato per i primi 10 anni;

Investigatore d’incidenti aeronautici, certificato dalla Scuola del NTSB USA;

Medaglia d’Oro aeronautica di Lunga Navigazione Aerea;La recente notizia, ignorata dalla grande stampa nazionale, che una Società di costruzioni aeronautiche specializzata in droni ha in progetto di costruire un prototipo di “large UAV per trasporto merci su grandi distanze”, che mi permetto di definire “aerocottero cargo” in quanto alle estremità delle ali e dei piani di coda d’una fusoliera di aeroplano avrà installate quattro eliche con relativi motori per il decollo e un sistema di motori a reazione per il volo di traslazione e di crociera, potrà essere in futuro una nuova ma più efficace arma qualora cadesse in possesso di terroristi organizzati. Sarebbe una nuova arma potenziale per spargere o irrorare sostanze tossiche o velenose su vaste estensioni di territorio o su grandi assembramenti di persone come quelle che si raccolgono negli stadi per manifestazioni sportive o per concerti , per raduni di qualsiasi tipo sia sportivi che culturali o musicali, oppure su flussi turistici di persone nei centri storici delle città d’arte o infine per gruppi di fedeli per motivi religiosi, cioè attacchi tanto più prevedibili se portate da terroristi spinti da puro odio settario. E non più come ora con gli attuali mini droni o droni di limitate dimensioni e di pari limitate capacità di carico utile. Ma in ogni caso macchine in grado di volare a bassa quota ed in modo acusticamente silenzioso, quando non siano utilizzate a grandi velocità di traslazione o ad altitudini di lunga distanza.

Comunque droni in grado di sfruttare una certa invisibilità ai radar quando in volo rasoterra o ad altri controlli fissi installati al suolo e conserverebbero il vantaggio di poter esser manovrati come strumenti d’offesa da molto lontano, tenendo ben al sicuro gli attentatori dall’essere scoperti per tempo da verifiche di polizia.

Dunque a fornire la capacità di difesa a questo tipo di minaccia dev’esser chiamata per tempo quell’altra industria di difesa elettronica più sofisticata e costosa che si deve basare sulla combinazione di più dispositivi di scoperta, identificazione, rilevamento, intercettazione, conquista del controllo per neutralizzare ed eventualmente distruggere questi potenti mezzi.

In questo campo in Italia ci troviamo in buona posizione, in quanto un’industria nazionale, la Elettronica (ELT) specializzata in misure e contromisure elettroniche per la difesa ha recentemente reso noto d’aver predisposto un certo “sistema Adrian”, acronimo composto dalle parole anglosassoni “Anti Drone Interception Acquisition Neutralization”, che consiste in una collana di sensori radar, acustici, radio ed elettromagnetici è in grado, pur in aree urbane altamente popolate e fonti di svariati disturbi, di identificare un drone fin dal momento dell’accensione dei suoi motori elettrici, di metterlo sotto tracciamento di rilevazione ed infine di agganciarlo. A quel punto il sistema di agganciamento avvia anche la sua azione di disturbo interrompendo il radio contatto con tra il drone e il dispositivo di controllo, dopo aver attivato il dispositivo di distinzione tra piattaforme ostili e non ostili e permettendo ai suoi operatori di decidere il tipo di intervento, cioè se neutralizzarlo prendendone il controllo per farlo posare al suolo in località idonea o se passare alla sua distruzione.

Quanto vi abbiamo presentato quindi rappresenta ben più di una speranza di esser protetti da attacchi terroristici portati con droni di più o meno facile reperibilità sui mercati presenti e futuri, accessibili ai terroristi di più o meno elevate capacità organizzative e finanziarie. 30 maggio 2017

Il primo prevedibile e lungamente preannunciato attacco globale alla sicurezza cibernetica delle reti informatiche di ben 99 Paesi portato da sconosciuti ricattatori informatici si è fatalmente verificato.

Un attacco cibernetico su vasta scala nella notte tra il 12 e il 13 maggio ha danneggiato seriamente con scopi ricattatori i sistemi informatici della Gran Bretagna e, a quanto è dato di sapere, di Stati Uniti, Cina, Russia ed altri Paesi, tra i quali Italia, Spagna, Taiwan, per un totale stimato tra i 74 ed i 99 domini nazionali.

Nel Regno Unito sono stati particolarmente colpiti i servizi informatici ospedalieri, tanto da indurre il servizio sanitario ad informare con mezzi radiotelefonici gli utenti a non recarsi agli ambulatori e nei pronti soccorsi, causa paralisi dei sistemi informatici e diagnostici.

Il virus veniva ad infettare i server ed i computer di oltre 44mila utenze (stimate per difetto) nelle primissime ore dell’attacco che includeva una richiesta di riscatto in moneta virtuale denominata bitcoin di 300 US dollars, equivalente a 230 UK sterlings.

Negli USA risultava colpito lo spedizioniere internazionale espresso FedEx, mentre in Spagna veniva insidiato il grande complesso delle telecomunicazioni Telefonica, anche se con effetti meno gravi e le principali attività non ne risultavano interrotte. In Italia si sono parimenti verificate violazioni della cyber security a carico di alcune aziende del settore bancario e finanziario, mentre alcuni laboratori universitari sono stati paralizzati, tra i quali la Bicocca di Milano.

I siti origine degli attacchi pirateschi ai siti di pressoché tutto il mondo informaticamente più evoluti rimangono al momento non identificati, seppure certi indizi portino i sospetti verso paesi come la Korea del Nord, anche se il provvidenziale intervento di un certo Marcus Hutchin, 22enne esperto di cyber security della Società Kryptos Logic del Regno Unito,
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il quale è riuscito a risalire all’origine del virus ed ha bloccato l’attacco in tutto il mondo. All’esperto autore del prodigioso intervento è valso il premio di una settimana di riposo dopo tre notti e tre giorni passati insonni al posto di lavoro.

Dunque l’attacco informatico del secondo weekend di maggio è il più grande mai registrato in tutto il mondo e neppure il Bel Paese è stato ignorato, anche se proprio da noi la struttura della cyber security è da qualche tempo un colabrodo in tutti i settori, sia pubblici sia privati, per i pochi investimenti nei sistemi di protezione, segnatamente quelli non fatti dalle aziende italiane, le quali risultano aver investito nell’anno 2016 la cifra di 972 milioni di euro (pari al 5% superiore al 2015) ritenuta assolutamente insufficiente, vista le precedenti scarse basi di prevenzione esistenti in partenza.

Né va meglio nel settore della pubblica amministrazione, dove il Governo italiano, a causa dell’insufficiente numero di uomini nella Polizia di Stato dovuta alle consistenti riduzioni dei relativi bilanci avvenuti negli ultimi anni, intende chiudere oltre 50 uffici della Polizia postale, unico ente in grado di assicurare la prevenzione e la sicurezza per le istituzioni e le pubbliche amministrazioni. Soltanto la protesta delle relative organizzazioni sindacali ha (forse) ridotto (solo in parte purtroppo) i propositi governativi.

Così il rischio di attacchi hacker è percepito dalle maggiori aziende italiane come il più incombente, ma ciò nonostante soltanto la metà delle imprese ha un addetto alla cyber security. Nelle organizzazioni pubbliche, come ad esempio gli Atenei, i controlli dei dati sensibili sono elevati, ma, per tutte le pubbliche amministrazioni, come pure per quelle private, il rischio maggiore è quello rappresentato dall’evenienza che qualche soggetto interno possa venir indotto dietro compenso a collaborare con gli hackers di qualsiasi parte del globo. Per certe menti informatiche l’impresa di bloccare in massa aziende, pubbliche amministrazioni o anche semplici utenti web, richiedendo un riscatto come è avvenuto nel caso di cui ci stiano occupando, è estremamente facile e non sempre potrebbe esser pronto ad intervenire un occasionale salvatore altrettanto o più esperto.

Talché, volendo trovare una morale in quanto è accaduto, bisogna rendersi conto che le difese anti hackers ed antiterroristiche di tutto il mondo ed in particolare in Paesi iper garantisti come il nostro, sono ancora inadeguate a contrastare attacchi informatici condotti con tecniche molto raffinate da parte di chi sappia organizzare e gestire un notevole livello di specialisti informatici per ricattare a scopo di lucro o di destabilizzazione istituzioni e organizzazioni sia pubbliche che private. Sì, così come la criminalità organizzata e la violenza anche singola hanno invaso le nostre città e le nostre campagne e si abbattono su povere persone indifese anche nelle proprie abitazioni con atti crudeli e violenze inenarrabili, così la criminalità cibernetica, dopo aver colpito organizzazioni statali ed imprenditoria ad alto livello in varie parti del mondo, adesso si sta dedicando a colpire anche i cittadini anche più in basso, purché siano muniti di strumenti informatici e finanziari on line !

I dati riguardanti i crimini cibernetici parlano chiaro !

L’innovazione digitale, di cui ora si sta innamorando anche il nostro attuale Governo, richiede sforzi di immaginazione finora sconosciuti dalle difese cibernetiche attualmente in atto, nel mentre il mondo “moderno” sta entrando in un immanente futuro permeato di tecnologie innovative in tutti i campi. Bisognerà infatti esser in grado di comprendere, con largo anticipo, come una singola nuova tecnologia, se sfruttata per scopi che possano mettere a rischio la sicurezza collettiva e quella nazionale in particolare, possano nuocere all’interesse collettivo o anche solo alla singola sicurezza individuale (ciò che purtroppo non è avvenuto con l’avvento indiscriminato dei droni nei cieli nazionali ed internazionali !).

Occorre capire e prevedere in anticipo gli interessi che entrano in gioco con le minacce cibernetiche: l’integrità fisica dei nostri concittadini, l’integrità economica collettiva della nostra imprenditoria, le funzioni fondamentali dello Stato, i diritti dei singoli e quello alla libertà. Anche perché il nostro Paese purtroppo è in ritardo nel campo della sicurezza cibernetica, che ora ha bisogno urgente di un progetto nazionale di cyber security in grado di confrontarsi con le la nuove minacce.

I dati mondiali ci dicono che si spendono in cyber security un triliardo di US Dollars nei prossimi 5 anni; che attualmente il 69% dei casi in cui un hacker viola un sistema informatico, il soggetto in questione è esterno al sistema violato, nonostante il fatto che il 90% dei dirigenti sia impreparato a gestire attacchi informatici; che attualmente avvengono ben il 64% di furti d’identità informatica che nel 2015 sono costati ben 158 miliardi di US Dollars ai consumatori e che passano ben 146 giorni in media prima che il danno informatico sia scoperto ed acquisito (forse per la lentezza burocratica delle banche nel comunicare certi dati).

Da rilevare che, almeno per il momento, mancano i dati sugli attacchi informatici ai sistemi di collegamento tra stazioni a terra ed i droni, grandi e piccoli.

Infine, in difesa cibernetica i dati dei vari Paesi più industrializzati ci dicono che gli USA prevedono un aumento di 19 miliardi di Dollars nel bilancio per l’anno 2017 (e vedremo su il nuovo presidente Trump manterrà il punto). La Germania spende 66 milioni di Euro dal 2009, la Francia ha in atto un piano quinquennale di 200 milioni di Euro l’anno,
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nello stesso tempo la Gran Bretagna spende circa 2 miliardi di Sterline ed infine il Giappone circa 43 milioni di Euro l’anno.