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Non solo su alimenti e bevande: letichetta devessere chiara ed esaustiva anche quando si tratta di capi dabbigliamento, indicando in modo preciso i materiali che compongono abiti e calzature. Lo stabilisce una norma entrata in vigore lo scorso 4 gennaio, che prevede multe da 200 a 20mila euro per chi non la rispetta.

Il decreto 190/2017 riguarda chi produce, importa o distribuisce sul mercato italiano scarpe o prodotti tessili che non riportano sulle etichette dei capi e delle calzature tutte le informazioni previste dalle normative europee, e anche la Liguria, con le sue quasi mille imprese artigiane impegnate nel settore moda (in totale sono 965), ne toccata da vicino, complici i numerosi sequestri di capi contraffatti effettuati dalle forze dellordine nel capoluogo ligure e in riviera.

Si tratta di unimportante azione di regolamentazione di una filiera, quella della moda, troppo spesso minacciata e danneggiata dal fenomeno della contraffazione ha confermato Luca Costi, segretario di Confartigianato Liguria Lauspicio che, supportata da controlli efficaci, questa misura possa portare a risultati concreti a tutela non solo delle nostre micro imprese artigiane e delle loro produzioni di alta qualit, ma anche dei consumatori: leggere unetichetta chiara, vera e trasparente significa poter scegliere il prodotto in maniera consapevole e informata.

Le imprese artigiane in Liguria

Stando ai dati raccolti da Confartigianato, le microimprese che si occupano di moda a Genova sono 587, oltre la met delle quali (242) sono sartorie o atelier di stilisti. Nellabbigliamento sono attive 227 realt, 157 a Genova, 30 a Savona, 22 a Imperia e le rimanenti 18 nello spezzino. Il tessile conta 91 microimprese genovesi, 20 microimprese a Savona, altrettante alla Spezia e 16 nellimperiese, per un totale di 147 realt. Per quanto riguarda invece i calzaturieri che ancora oggi producono a mano le scarpe, delle 20 realt liguri 7 sono genovesi, 5 savonesi, 4 a Imperia e 4 alla Spezia.
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VOI SIETE QUI: Home Cronaca I tacchi nel fango: il sogno di essere modelle, in una baraccopoli di Buenos Aires

I tacchi nel fango: il sogno di essere modelle, in una baraccopoli di Buenos Aires

Guido ha conosciuto la miseria, il lusso e poi di nuovo la miseria. Delia vuole fare la modella e Sonia anche. Le loro vite si incrociano nella scuola per indossatrici Guido Models, nel cuore della baraccopoli Villa 31. Storia di un corridoio che sogna di diventare passerella, e delle ragazze che ci camminano sopra

Buenos Aires Il ponte numero 5 della stazione di Retiro conduce a un altro mondo, dove i treni passano accanto alle case, ma non trasportano mai nessuno dei loro abitanti, e gli autobus per destinazioni esotiche che invece partono poco più in là,non sono altro cheun bersaglio per le pietrate dei bambini. Per farle passare dai corridoi dissestati della villa alle passerelle dell moda, ci voleva qualcosa in più,qualcosa comeil boliviano Guido Fuentes,e la scuola per indossatrici che ha creato tra le baracche.

La mia famiglia era di origini molto umili, vivevamo in sei in una stanza, a 11 anni facevo il giro dei bar per vendere una sigaretta alla volta racconta. Poi una famiglia ricca, una delle più facoltose di Cochabamba, in Bolivia, decise di prendermi in casa. Mia madre non voleva, io però ho insistito: mi avrebbero datotutto ciò che volevo. E così fucheGuidoconobbeunlusso che non aveva mai immaginato,e con questo il mondo della moda e della sartoria. Lo portavano nelle grandi boutique frequentatedalle miss. I tessuti erano importati da Miami e lui, piano piano, cominciò a imparare. Guido ha continuato ad alimentare la sua passione per la moda e per il contrasto estremo (e a volte classico) tra i due mondi che lui stesso ha vissuto in prima persona: il poverissimo e il ricchissimo. A 17 anni cominciò a viaggiare allontanandosi da questa seconda famiglia per ragioni di cui non vuole parlare, e pur distante migliaia di chilometri, tornò dove tutto era cominciato: nella miseria.

Arrivato a Buenos Aires a 21 anni, Guido cuciva vestiti cheandava a vendere alla un fiera di prodotti di marca, per lo più falsi. Però l di fare qualcosa nella moda continuava a tormentarlo. Poi,
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nel 2008, ha deciso di organizzare la prima sfilata in un campetto di calcio ai confini della baraccopoli. I media accorsero per coprire l’evento, e la speranza di Guido e delle sue ragazze era che potesse servire a qualcosa per il loro futuro. La scuola di modelle venne messa in piedi, le ragazze un po’ alla volta cominciarono ad avvicinarsi vincendo la diffidenza e la paura: dietro alla scuola poteva nascondersi qualsiasi trappola. Una rete di prostituzione,un bordello, o che lo stesso Guidoavesse trovato il modo perfetto per allungare le mani. Con il tempo le madri si resero conto che questo non accadeva e che anzi Guido tende a proteggere le ragazze come se fossero figlie sue.

La scuola per modelle è nella casa di Guido, con un corridoio che conduce alla porta d’ingresso usato come passerella per le lezioni. Molti dei vestiti li cuce lui stesso, che spesso compra anche le scarpe. Al piano di sopra ho diverse stanze che affitto, così posso mantenere gratuita la scuola afferma. Un po’ alla volta è riuscito a portare le ragazze fuori dai confini delle baraccopoli, a organizzare sfilate in altri punti della città. Non sempre però questo è stato un vantaggio. Se da un lato l’aspetto della solidarietà richiama l’attenzione di media e programmi, dall’altro le origini delle ragazze finiscono per pregiudicarle. Che le modelle siano della baraccopoli abbassa la qualità dei tuoi vestiti dissero una volta a Roberto Piazza, un famoso stilista argentino che aveva assunto le ragazze per un servizio fotografico. E spesso, troppo, arrivano richieste scabrose, tanto che lo stesso Guido periodicamente deve chiarire sulla pagina di Facebook che si tratta solo di una scuola di modelle, che le ragazze lavorano come tali e basta. Questo tipo di richieste però non arrivano solo attraverso internet.

Una volta erano state prese per un lavoro inuna grossa casa produttrice argentina, una di quelle da cui sono uscite negli anni moltissime stelledello spettacolo locale. Le ragazze erano contente, stavamo portando avanti la produzione quando uno degli addetti ai lavori mi ha preso da parte: A noi piacciono le ragazze dai 16 ai 19, abbiamo un gruppo di senatori e deputati internazionali che arrivano questa settimana ha detto , dammi le ragazze, a te pago 5mila pesos per ogni ragazza, più 5mila pesos per lei. Guido disse di no. Non vennero più chiamati per alcun lavoro.

Intanto però un residente a Londra è venuta a sapere, grazie a un articolo di un noto network inglese, della scuola Models e ha cominciato a interessarsi al progetto e a pensare di girare un documentario. Per due anni ha seguito la scuola ed è riuscita anche a ottenere l dell l’Istituto Nazionale di Cinema Argentino. Il documentario, girato tra Argentina e Bolivia, sarà lanciato a fine 2015. stato bello realizzarlo,
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speriamo serva anche a qualcosa dice Guido mi chiamano in tanti e forse adesso otterrò uno spazio a Flores (il quartiere di Buenos Aires dove è cresciuto Papa Francesco) per continuare a dare le lezioni. Sarebbe bello avere un luogo più grande dove lavorare. E anche per le ragazze sarebbe un’occasione in più per uscire dalla baraccopoli e dal pregiudizio che la circonda.

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I Carabinieri di Gricignano di Aversa hanno denunciato in stato di libert una 43enne di San Gennaro Vesuviano per contraffazione, alterazione o uso di marchi o segni distintivi ovvero di brevetti, modelli e disegni. I Militari dell sono intervenuti presso un opificio gestito dalla danna dove hanno rinvenuto e sequestrato: 93 borse senza marca; 99 borse di varie marche (Adidas, Moschino, Liu Jo, Michael Kors, Prada, Gucci, Chanel, Puma, Luis Vitton, Burberry, O Bag); 117 portafogli senza marca maschili e femminili di vari colori e modelli; 55 portafogli di varie marche (Adidas, Gucci, Michael Kors, Giorgio Armani, O Bag, Lacoste); 7 giubbini marca 36 magliette intime senza marca; 33 leggins da donna di colore nero; 19 cappelli di lana senza marca; 12 cappelli di lana marca 48 paia di ciabatte di colore rosso senza marca con raffigurazioni natalizie; 43 cinture senza marca; 3 cinture marcate (Lacoste, Giorgio Armani); 3 foulard senza marca; 128 paia di scarpe di vari modelli, colori e marche (Adidas, Ugg, Converse); 180 paia di scarpe senza marca; 8 tute prive di marca; 95 tute di vari modelli e marche (Adidas, Versace, Pirex, Nike, Puma, Armani, Chanel).

Tutto il materiale era custodito in un magazzino videosorvegliato, di circa 60 metri quadri, contenente macchinari per la stampigliatura e falsificazione dei prodotti, 4 banchi da lavoro, una stampigliatrice a pressa manuale, una coloritrice con pannelli ancorati a molle in ferro e un macchinario a nastro. Sono stati poi sottoposti a sequestro un numero indefinito di placche metalliche applicabili sui prodotti di marca Vuitton Jo Way uno stampino metallico con emblema e 20 matrici metalliche per la stampa delle varie griffe sui prodotti da immettere sul mercato.
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“Non siamo venuti così lontano solo per ridurre i nostri costi di produzione del 10 o 20 per cento. Il nostro obiettivo è di riuscire a creare qui, entro i prossimi 10 anni, un nuovo centro globale di produzione di calzature”.

A parlare è la presidente del Huajian Group, un’azienda leader nella produzione di calzature in Cina che, insieme ad altri investitori, intende creare in Etiopia un centro produttivo di livello planetario in grado di dare lavoro, entro i prossimi 10 anni, a 100.000 etiopici.

Il gruppo si è impegnato, insieme al China Africa Development Fund, a investire 2 miliardi di dollari per creare una produzione di zona economica speciale; la società ha già affittato 300 ettari di terreno a Lebu,
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alla periferia di Addis Abeba, dove prevede di realizzare una vera e propria della scarpa per fornire un alloggio a 200.000 persone e ospitare fabbriche e centri di produzione per altri produttori di calzature, borse, accessori e componenti.

Al momento il gruppo Huajian può contare su un impianto modesto, 40 chilometri a sud della capitale, dove vengono impiegati 1.600 lavoratori. La produzione conta esportazioni verso Usa e Regno Unito per il valore di 1 milione di dollari al mese.

bene sottolineare che circa un anno fa il Huajian Group aveva fatto un annuncio analogo (che aveva ottenuto una gran copertura mediatica a livello globale, a cominciare da un ampio reportage della Cnn), evidenziando l’avvio delle attività di massa in Etiopia entro la fine del 2012.

Tuttavia i progetti del gruppo Huajian combaciano perfettamente con la strategia di industrializzazione del governo d’Etiopia, che intende spingere quei in cui si possono usare materie prime di provenienza locale e dove una trasformazione industriale può aggiungere valore al prodotto finale.

Secondo i dati dell’associazione delle Industrie della pelle d’Etiopia (Ethiopia Leather Industries Association) il paese ha la più grande popolazione di bestiame del continente africano, con 50 milioni di bovini, 25 milioni di pecore e 23 milioni di capre.
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MA COSA HA NELLA TESTOLINA BELEN? IN TRIBUNALE IL GIUDICE LE CHIEDE IN QUALE PERIODO FOSSE INCINTA E QUANDO NATO SUO FIGLIO E L’ARGENTINA NON SE LO RICORDA: E’ COSTRETTA A CHIEDERE “AIUTO” ALLA SUA ASSISTENTE FAVINO S’ANNOIA ALLA FESTA DI NETFLIX

Favino, a differenza di tutti i suoi colleghi che hanno girovagato per tutto il party concedendosi a selfie e brindisi con i numerosi ospiti, se ne è stato per tutto il tempo seduto sul divanetto dell’inaccessibile area privée Pamela Anderson, patita della moda fashion e cruelty free, lancia i suoi boots vegani “Pammies”Luned 26 ottobre nel Tribunale di Milano, per un processo, si sono presentate le showgirl Belen Rodriguez, Elenoire Casalegno e Vanessa Incontrada. L sentita come testimone, arrivata accompagnata dall Antonia Achille, in passato la fedelissima del suo ex Fabrizio Corona.

Apparsa visibilmente preoccupata, al punto che non ha gradito la presenza dei fotografi, Belen ha risposto alle domande del Giudice. I presenti riferiscono che quando le stato chiesto in quale periodo fosse incinta e quando fosse nato suo figlio, la Rodriguez si voltata verso la sua assistente dicendole ad alta voce: mi dici quale periodo era? Quando ero incinta e quando nato?

Nell del Tribunale, in quel momento, calato il silenzio seguito da qualche risata. Imbarazzata la showgirl argentina si giustificata: le date sono proprio un disastro per poi ringraziare su Instagram la Antonia: che la mia Totonia non mi abbandona mai! La miglior lavoratrice al mondo! favino suburra sollima

FAVINO FA IL DIVO E SI ANNOIA

Gioved 22 ottobre al party milanese di presentazione di Netflix,
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l tv che si vede in streaming, c le star del cinema internazionale Daryl Hannah, Carrie Ann Moss, Will Arnett e Krysten Ritter, ma anche nomi italiani come Raoul Bova, Simona Ventura, Caterina Balivo, Francesco Arca, Paolo Ruffini, Maddalena Corvaglia e Francesco Sarcina.

Presente anche Pierfrancesco Favino, che a differenza di tutti i suoi colleghi che hanno girovagato per tutto il party concedendosi a selfie e brindisi con i numerosi ospiti, se ne stato per tutto il tempo seduto sul divanetto dell area priv Risultato: tutti si sono divertiti e lui, nel suo divismo, si sfrantumato.

PAMELA: SAI CHE SONO PAMMIES?

PAMELA ANDERSON E I SUOI STIVALI CRUELTY FREE

Pamela Anderson ha sposato da tempo la causa animalista e con la sua Pamfoundation diventata l della moda fashion e cruelty free, che non utilizza materiali provenienti da animali. La sua ultima novit che in America sta spopolando tra la dive del cinema e della musica pop, sono i boots vegani Pammies (che ricordano i noti UGG).

L bagnina di Baywatch convinta che si pu essere belle pur battendosi per la difesa degli animali: dimostrare che i vegani possono essere sexy, super divertenti e alla moda,
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oltre che pienamente consapevoli delle scelte che prendono E lei ne la prova vivente.

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Ingegneri senza lavoro, imprese familiari che cadono sotto i colpi delle tasse e dei tagli, precari senza garanzie: è il quadro lavorativo e sociale della Spagna, ma anche della Grecia, del Portogallo, dell’Italia. Diminuiscono i guadagni, si riducono le spese, aumentano i depressi.

“I nostri consumi sono scesi al minimo e adesso scegliamo accuratamente anche quello che mangiamo, non in base alla qualità ma in base al prezzo”, racconta Esperanza all’agenzia IPS. Esperanza lavora da 13 anni come infermiera di pronto soccorso nell’ospedale di Malaga col marito Antonio, hanno due bambini di sette e due anni, e quest’ultimo anno si sono visti dimezzare lo stipendio.

“Siamo passati dal guadagnare 4000 euro in due a 2000, ma adesso stiamo pensando di andarcene in Germania per avere degli stipendi decenti”, racconta. In Spagna il 35% dei lavoratori percepisce il salario minimo di 641 euro al mese mentre il 40% di quelli autonomi è a rischio povertà, secondo i dati di uno studio della Fundacion Primero de Mayo.

Ieri Esperanza e tutti i lavoratori precari hanno aderito allo sciopero generale indetto dalla Confederazione europea dei sindacati, che ha chiesto una giornata di “azione e solidarietà” perché la situazione sta diventando “spaventosa”.

Si è manifestato per tutto il giorno in Spagna, in Portogallo e per qualche ora anche in Grecia, in Italia, in Francia, nella Repubblica Ceca, in Polonia, in Slovenia, in Romania, in Austria, Germania, Paesi Bassi e persino in Scandinavia.

Per la Spagna si tratta del secondo sciopero generale da quando Mariano Rajoy è salito al potere undici mesi fa, ed è stato indetto dai due sindacati principali: la Comisiones Obreras e la Union General de Trabajadores.

La Spagna ha il tasso di disoccupazione più alto dell’Unione Europea: il 25% generale e il 50% tra i giovani, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica. Dei 25,7 milioni di disoccupati nell’Europa di oggi, invece, 18,5 sono nell’eurozona, secondo i dati Eurostat.

Non c’è una professione o un mestiere che sfugga al rischio disoccupazione: persino gli ingegneri, una volta considerati privilegiati perché forti di competenze molto richieste dal mercato,
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oggi si trovano senza lavoro.

La difficoltà di trovare un’occupazione ha portato a un aumento dei lavoratori autonomi, che nel terzo trimestre del 2012 in Spagna hanno raggiunto quota 65,100.

“Ho lasciato l’azienda perché non ero più in grado di reggere le pressioni psicologiche e il maltrattamento economico” racconta Ali, una donna di origine russe che vive in Spagna da 14 anni e che lavorava nel campo turistico. Oggi si è messa in proprio per non essere più alle dipendenze di un capo, ma le piccole imprese familiari non sempre riescono a sopravvivere ai piani di austerità e alla pressione fiscale. “Non ho mai visto una crisi come questa”, racconta Maria, proprietaria insieme al marito e ai figli di un’impresa che produce scarpe. Una volta avevano otto punti vendita e 14 dipendenti a Malaga, oggi hanno dovuto chiudere quattro negozi e faticano a mantenere aperti gli altri quattro.

“Senza soldi la gente non spende e l’economia non riparte. Io stessa non faccio una vacanza da tre anni e adesso soffro di depressione”, conclude.

Ma una volta se non si trovava lavoro nel proprio paese si andava in un altro, magari in quello vicino, oggi invece anche l’emigrazione, almeno nell’eurozona, non dà garanzie di una vita meno faticosa. Se la Spagna piange, infatti, in Portogallo le cose non vanno meglio. “Non avevo mai scioperato prima d’ora, ma ieri ho aderito”, racconta Marisa Ribero, una giovane donna che lavora in una società di trasporti. “Tra due mesi mi licenzieranno, me lo hanno già detto. Sarà contenta la signora Merkel di aver ipotecato il futuro dei giovani di tutta Europa ” Lo sciopero di ieri, annunciato a settembre a Lisbona dalla più grande confederazione sindacale del paese, la Confederacao General dos Trabalhadores Portugueses, è stato un successo senza precedenti in termini di partecipazione.

“La nostra vita è cambiata radicalmente”, dice Joao Pedro Nogueira, muratore e padre di due figli, anche lui con una moglie disoccupata. “Due anni fa pagavo meno tasse e avevo un salario decente che mi permetteva di andare a pranzo fuori la domenica. Oggi la mia entrata si è ridotta del 22%, ho dovuto vendere la casa e il pranzo a ristorante è una stravaganza impensabile”.

Ma le difficoltà economiche forse sono addirittura meno pesanti delle pressioni psicologiche dei lavoratori. Joao racconta che tra i suoi compagni c’è molta paura “perché i padroni possono licenziare più facilmente” e l’idea di andarsene non fa gola a tutti. Lui ha aderito allo sciopero perché era giusto partecipare, ma se in un anno la situazione non migliora dice prepara le valige e se ne va con la famiglia in Brasile o in Angola. In Portogallo i più colpiti dalla crisi sono stati i dipendenti pubblici, “vittime di una brutale riduzione dei salari e dei bonus”, spiega Armenio Carlos, segretario generale delle CGTP. Secondo le sue stime, il potere d’acquisto di questi lavoratori è sceso dal 25 al 30% e la recessione portoghese non ha ancora raggiunto l’apice.

In Grecia le cose non vanno meglio. Il parlamento ha approvato nuovi tagli alla spesa e aumenti fiscali per ricevere gli aiuti dell europea e del Fondo monetario internazionale per evitare il fallimento, ma ieri 10,000 persone sono scese in piazza, anche se si è trattato di un numero esiguo rispetto alla mole delle manifestazioni che Atene ha vissuto quest Diversa la prospettiva dalla Francia e dal Belgio,
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dove dicono gli analisti i lavoratori non hanno protestato contro il governo ma in segno di solidarietà ai compagni europei.

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Escursione naturalistica (A/R) per raggiungere il Rifugio Cervati a circa 1600 metri di quota. Una volta raggiunto il rifugio, in base all decideremo se salire o meno fino in vetta.

Pranzo al Rifugio alle ore 13.30.

Dislivello: 350 metriAttrezzatura: scarpe da trekking, vestiario a cipolla, borraccia, bastoncini, ghette. Per secoli i monti e le donne sono stati tra loro contrapposti in virt di schemi, stereotipi e pregiudizi in base ai quali il gentil sesso mai e poi mai avrebbe potuto avvicinarsi alle alte quote per ovvi motivi fisici e mentali; addirittura,
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nel XVIII secolo, alcuni medici ritenevano che se una donna avesse provato a salire una montagna, lo sforzo sarebbe stato talmente grande che le avrebbe provocato sterilit Eppure donne e montagna in un certo senso si assomigliano: entrambe esigono una conquista, entrambe sono tanto belle e desiderate quanto spesso inaccessibili; donne e montagna in realt sanno dialogare, sanno instaurare una relazione fatta di forza e di rispetto in cui, oltre ai muscoli, serve soprattutto la testa.
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Rifiuti sulla spiaggia, Fare Verde: in riva al mare tantissima plastica

Uno scaldabagno e una tuta da sci. Due televisori. Scarpe spaiate. E 7 mila bottiglie di plastica. Ecco quanto si può trovare sulle spiagge italiane in una tranquilla domenica di gennaio. E non ci sono tante differenze fra Nord e Sud Italia: sulle spiagge finiscono tantissimi rifiuti, soprattutto plastica, cotton fioc e resti di reti da pesca, tanto polistirolo e appunto una serie di rifiuti ingombranti che davvero non ci si aspetterebbe di trovare in riva al mare. Il bilancio viene dall’associazione ambientalista Fare Verde, che ieri ha svolto la tradizionale pulizia delle spiagge nell’ambito della manifestazione “Il mare d’inverno”.

Il mare d’inverno visitato dai volontari di Fare Verde evidenzia quanto la presenza dei rifiuti, plastica su tutti, sia un problema gravissimo. L’associazione chiede così al Governo Italiano di farsi promotore di un’azione coordinata con l’Unione Europea e le nazioni che si affacciano sul Mar Mediterraneo.

L’edizione 2018 della manifestazione, che da ventisette anni viene organizzata sulle spiagge italiane l’ultima domenica di gennaio, si è svolta con il patrocinio della Commissione Europea Rappresentanza per l’Italia, del Ministero dell’Ambiente, di varie Regioni e Enti Locali. E il bilancio dice che i volontari hanno raccolto, in una sola giornata, 700 sacchi di rifiuti, ben 7.000 bottiglie di plastica, 1.350 contenitori in vetro, 200 lattine di metallo, tanto polistirolo e immondizia varia. Talvolta fa davvero impressione quello che viene trovato sulle spiagge. Rifiuti impensabili: sull’arenile di Tarquinia (Viterbo) i volontari di Fare Verde hanno rinvenuto uno scaldabagno, a Fondi (Latina) cinque metri di filo di ferro e un fusto di birra; a Ostia Lido (Roma) un pneumatico per trattore; a Trebisacce (Cosenza) un tubo in amianto; a Marina di Pietrasanta (Lucca) una tuta da sci; a Messina i resti di un gommone; a Scario di San Giovanni a Piro (Salerno) scarpe, mutande e tre pneumatici; tra Venezia e Mestre due tazze per wc, sei ruote di autovetture e due televisori; infine a Monfalcone (Gorizia) reti da pesca, una ruota di bicicletta e quattro scarpe, tutte rigorosamente spaiate.

“La plastica é il rifiuto più presente come quantità e volume dice il presidente nazionale di Fare Verde Francesco Greco Si presenta in pezzi, spesso piccolissimi. Rispetto alla scorsa edizione, quest’anno abbiamo raccolto moltissimi bastoncini in plastica colorata dei cotton fioc. Un problema ulteriore é costituito dai resti delle reti da pesca e dai contenitori per l’allevamento in mare delle cozze L’associazione chiede di introdurre il vuoto a rendere ed eliminare gli imballaggi in plastica. “L’Italia si faccia promotrice di un’azione di salvataggio del Mediterraneo conclude Fare Verde coinvolgendo l’Unione Europea e i paesi che si affacciano sul mare nostrum.”.
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LECCE Una lunga discussione, con posizioni diverse e con il peso delle assenze di “protesta”. Poi, il tentativo di una sintesi, che alla fine non convince tutti: fra due giorni, una rappresentanza del gruppo dei sindaci ritrovatosi in mattinata a Palazzo dei Celestini tornerà al tavolo romano sugli investimenti aggiuntivi di Tap e Snam per portare al governo un documento di attesa. Quello, cioè, in cui si dichiara di voler aspettare la fine del procedimento autorizzativo per il metanodotto Snam, procedura ancora in corso, per pensare di sedersi a trattare qualcosa sotto il profilo delle compensazioni ambientali o economiche. Nel frattempo, provare a ricucire il rapporto con i sindaci che in mattinata non hanno voluto presentarsi e con la Regione, per intavolare una trattativa di livello più elevato su ambiente, energia e salute nel Salento.

Si chiude con questa linea la mattinata che era iniziata con un flash mob di attivisti no Tap su via XXV Luglio.

37 le amministrazioni presenti, tra cui Lecce, Surbo, Poggiardo, Tiggiano, Lequile, Copertino, Santa Cesaria e altre, oltre alle nove del gruppo iniziale rappresentato dai sindaci di Trepuzzi e Andrano. Seduto tra i sindaci il prefetto di Lecce Claudio Palomba, che ha ascoltato tutta l Hanno deciso di non prendere parte al tavolo, invece, diversi Comuni della Grecìa Salentina, come Martano, Calimera, Zollino, oltre a Melendugno, Lizzanello, Galatone, Gallipoli.

Il più critico il sindaco di Lecce Carlo Salvemini: “le questioni di più ampio respiro su decarbonizzazione e salute non sono declinabili senza la presenza della Regione Puglia e recuperando il rapporto con i sindaci dissenzienti. Solo dopo questi passaggi e a valle della chiusura della procedura autorizzativa di Snam si può pensare di avviare una cabina di regia. Trovo singolare che sul tavolo vengano poste risorse finanziarie da Tap e Snam che non hanno né titolo né legittimità ad intrattenere rapporti con il territorio. La bussola del ragionamento per me è una: se vogliamo considerare l strategica anche per la Puglia, l è la metanizzazione di Cerano e Ilva, difficile però da realizzare se il piano di decarbonizzazione della Regione non viene recepito dal governo, come finora non è stato recepito, nonostante gli accordi di Parigi. Se non c questo interesse strategico diffuso che va da San Severo a Leuca,
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io ritengo francamente che sulle compensazioni gli unici a potersi esprimere sono i Comuni coinvolti. Non intendo aderire, infatti, alla tesi che si tratta di investimenti aggiuntivi, per me si tratta di compensazioni posizione che ha rilanciato il dibattito e che, al momento, rende difficile trovare la quadra definitiva sul tema.

Sul fronte di chi è convinto che sia giusto tornare a Roma c Mario Accoto, sindaco di Andrano, per cui “i temi che si possono mettere sul tavolo sono la chiusura anticipata di Cerano, il no alle prospezioni petrolifere, investimenti non economici ma politici”. C Carlo Nesca, primo cittadino di Gagliano, per il quale “se la realizzazione dell è ineluttabile, allora è nostro dovere esprimerci su quanto avverrà”. C Riccardo Monsellato, sindaco di Presicce, per cui “stare fermi non è una soluzione politica”. C Ippazio Morciano, sindaco di Tiggiano e segretario provinciale del Pd, per il quale “attendere la chiusura del procedimento su Snam e posticipare a quel momento la discussione significa perdere l per discuterne in anticipo”. Giuseppe Taurino, per Trepuzzi, non ha dubbi sulla necessità di esserci, “per evitare di ripetere la storia delle fonti rinnovabili, quando non si è andati a rinegoziare con il governo la decarbonizzazione e per avanzare su questa trattativa”. Anche lui, come il sindaco di Giuggianello Giuseppe Pesino e di Caprarica Paolo Greco, hanno ribadito la necessità di spronare la Regione a trattare.

Più titubante Francesco Rausa, di Ortelle, che ha chiesto, prima di tornare a Roma, di “sollecitare, anche con una riunione più ristretta, i sindaci che non ci sono e più interessati”. Più netto Vincenzo Passaseo, di Salve: “sono convinto che ci siano ancora margini per cambiare approdo, non è la Bibbia quello che dice Tap. Arrivare ai tavoli in maniera divisa è quello che vogliono dall parte”. Per Gianni Stefano, di Casarano, “l del governo sulle compensazioni è sbagliato. La trattativa va impostata sul ragionamento per cui ogni opera va bene purché non abbia impatto ambientale, altrimenti non è ricevibile”.
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