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Viaggio nella Ruanda che crede nel futurodi Costantino Tessarin

Sommarietto: Una testimonianza dal Ruanda: paese di bambini, paese martoriato dall’odio etnico, paese che spera nel futuro Bambini dappertutto

Sono stato in Ruanda con un gruppo di sette italiani, seguendo la proposta dell’ONG Amici dei popoli, che si occupa prevalentemente di progetti di cooperazione in ambito educativo. Il viaggio è durato dal 28 luglio al 23 agosto 2003, con destinazione Gatare di Gikongoro, a sud ovest del Paese, vicino alla foresta di Nyungue e alla sorgente del Nilo. Abbiamo visto la terra dalle verdi “mille colline”, con i terrazzamenti coltivati a grano, riso oppure patate dolci, banane, prodotti di esportazione come caffè e the. Ovunque greggi di animali liberi, mucche, capre, pecore, custoditi da bambini. I bambini, ovvero il tema conduttore del nostro viaggio: bambini che si avvicinano alla nostra Toyota per chiedere denaro o una semplice bottiglia di plastica. Bambini a piedi lungo le strade o sul “Togo Togo”, una specie di bici di legno senza pedali. Bambini che trasportano legna, frutta, acqua o che si accalcano ai forni dei mattoni di fango. Per ore e ore di strada abbiamo visto case in costruzione.

Arriviamo a Gatare, borgo di alta montagna (2500 m), a due ore dalla strada asfaltata, con una forte presenza di militari e le strutture della missione delle suore cattoliche “Figlie del Divino Zelo”, da cui dipendeva anche un “centro di sanità”. C’erano le aule delle scuole materne, un magazzino per le derrate alimentari, la casetta dove noi eravamo ospitati. Niente telefono o luce, solo il generatore a benzina della missione, funzionante alcune ore serali. Il resto di Gatare era al buio, nonostante ci fosse un gestore privato di un altro generatore in loco, che a pagamento forniva corrente elettrica a quei pochi che potevano permetterselo. L’acqua ci veniva portata in taniche dalla vicina sorgente. Per berla, si doveva bollirla e filtrarla. L’acqua di scarto dei piatti o del lavaggio serviva da sciacquone per il water. Le case intorno erano a volte di mattoni, a volte di fango, senza pavimento, con due o tre stanze (e in media 8, 10 bambini a famiglia), con la cucina esterna (ovvero un fuoco a legna), come pure la latrina.

La missione cattolica è un punto di riferimento per la gente del posto. I soldi di donazioni dall’Italia o delle “adozioni a distanza” qui si trasformano in manna per tanti, anche grazie al favorevole cambio euro franco ruandese. “Mamma” Rosa (la madre generale), dal cuore grande, dallo spirito fortissimo, per tutto il giorno dirige e coordina, trova soluzioni e riflette su qual è la cosa giusta da fare. Diceva sempre: “Noi non possiamo salvare il Ruanda, ma certamente dobbiamo fare la nostra parte”. Ogni mattina si formava alla porta una lunga fila di persone che cercavano lavoro come operai. Una volta al mese c’è la distribuzione dei viveri ai poveri (si danno del sorgo, dei legumi, del sapone). La scuola materna, durante l’anno, provvede al cibo e segue i casi di bambini malnutriti. Solo pochi possono pagare le rette, ma il servizio viene dato a tutti.

C’è poi il centro di sanità, l’unico della zona. Tuttavia non ci sono medici, ma solo 4 infermieri, preparati a tutto. C’è un programma di assistenza per i bambini malnutriti. Un giorno abbiamo collaborato alle vaccinazioni, che si tengono regolarmente, in posti diversi, per facilitare le donne che vivono lontano. Decine di mamme sono arrivate con i bimbi legati dietro alla schiena, per misurare peso e altezza e per vaccinare contro l’epatite b, la rosolia e la tubercolosi.

La principale attività su cui abbiamo lavorato è stata l’organizzazione di un “patronage”, ovvero un campo estivo per i bambini della comunità, assieme agli educatori locali. Anche agli occhi della gente non eravamo turisti, ma persone venute ad “aiutare”. Ci erano grati per questo. Già il primo giorno di attività, il 31 luglio, si presentarono fino a 1200 bambini, che crebbero ulteriormente. C’era la curiosità di conoscere gli “abasungo”, cioè i bianchi, ovvero i ricchi provenienti da un Paese ricco, con apparecchi fotografici costosi, belle scarpe e vestiti di ricambio. Lì era raro vedere qualcuno con le scarpe o cambiarsi d’abito. Noi non potevamo invitare le persone dentro la nostra casetta (comunque piena di conforts), mentre i ruandesi invitavano noi nella loro.

Noi eravamo preparati con idee e materiali di cancelleria per progettare attività didattiche e di animazione. Da parte loro gli educatori del posto, arrivati a 23 di numero, eccetto qualche insegnante delle scuole, erano ragazzi che prestavano un servizio alle suore per avere in cambio un aiuto negli studi. Non erano dunque già organizzati e accettavano le nostre proposte con interesse. Nel loro atteggiamento mi ha colpito la serenità degli animi, la calma e l’allegria anche di fronte a difficoltà o discussioni che a noi generavano ansia o nervosismo. E poi quel ritmo di lavoro lento, ma efficace. La pazienza era una grande virtù. Lavorando poi a diretto contatto con gli animatori africani, divisi come eravamo in 14 classi (secondo l’età e il numero di bambini, circa 80 per classe) abbiamo vissuto una grande esperienza di conoscenza dell’altro.

Il patronage si articolava in un primo momento comune di animazione, in cui regnavano i tamburi, le danze e i bans ruandesi, con l’alternarsi degli educatori nel riscaldare gli animi di tutti. Poi c’era la suddivisione nelle classi. L’educatore ruandese doveva anche fare la traduzione dal nostro francese al kinyarwanda per i bambini. Abbiamo svolto attività di conoscenza della geografia e di educazione interculturale, mettendo a confronto la vita, la società, l’economia dell’Italia e del Ruanda. Come diceva Suor Rosa, l’importante era fare in modo che quei bambini “aprissero un po’ la testa”, cioè conoscessero altre cose rispetto alla loro realtà di pastori di greggi, con famiglie numerose. Il 90 % dei ruandesi vive di agricoltura, soprattutto di sussistenza.

Abbiamo anche fatto lezioni sulle favole, con la rappresentazione partecipata delle avventure di Pinocchio. Oppure lezioni d’inglese, o di igiene ed educazione sanitaria. Abbiamo visto la videocassetta sugli animali delle foreste africane: quei bambini non conoscevano la televisione. Abbiamo svolto dell’animazione, oppure attività pratiche come il disegno con i colori a dita o con i pastelli.

Lavorando insieme abbiamo conosciuto gli educatori. Nicodème, 20 anni, è uno dLei rimpatriati dal Congo, circa 540 famiglie arrivate da meno di un anno a Gatare, cui lo Stato ha assegnato una piccola casetta (un tetto di lamiera e uno scheletro di legno da finire di muratura) sulle colline circostanti. Le politiche statali di rimpatrio, in collaborazione con l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) continuano in questi anni. A preparare i campi di accoglienza ci pensano i carcerati ruandesi, in prigione per motivi legati al genocidio del 1994. Come risarcimento morale verso la collettività devono prestare un servizio gratuito per il Paese. Così hanno preparato anche i terrazzamenti da coltivare a frumento, patate e fagioli. Nel frattempo il governo invia degli aiuti alimentari attraverso l’opera del Programma di Alimentazione Mondiale (PAM) delle Nazioni Unite. Da un magazzino pubblico vengono distribuiti periodicamente viveri, sotto forma di fagioli o di grano targato USA.

Siamo stati a visitare la casa di Nicodème. I genitori, morti entrambi, erano scappati dal Ruanda nel 1959 a seguito della guerra di allora contro i Tutzi, per cui lui è nato e cresciuto in Congo. Lo Stato gli eroga una piccola “borsa” per proseguire gli studi, in economia. Ora vive con il fratello, che però fa il soldato e si trova altrove. Siamo saliti per quella collina di casette di fango, tra bambini vestiti di stracci, con un unico punto di latrina comune. In cima abbiamo salutato il responsabile del villaggio, un vecchio signore seduto su una sedia. Ogni collina, in Ruanda, ha un capo. Nicodème ci ha chiesto se potevamo aiutarlo a trovare un corrispondente in Italia che lo sostenesse negli studi. Nei pomeriggi si dedicava al taglio dei capelli di qualche militare, per racimolare un dollaro e acquistare del cibo o del sapone. Nicodème è una persona dallo spirito fortissimo, contaminante. La sua animazione al patronage era speciale. Una volta l’ho incontrato mentre passeggiavo vicino al magazzino dei viveri del PAM, circondato da persone che mi chiedevano soldi. Mi ha sollecitato ad allontanarmi con lui, perché potevano esserci dei rischi: “Vedi, i ruandesi sono dei diavoli, non si sa mai se a qualcuno gli salta in mente di tirarti qualcosa e farti male, basta vedere cosa hanno fatto con il genocidio”. Eppure io mi sentivo sicuro e le persone mi sembravano perlopiù cortesi.

Poi c’è Boniface, 24 anni, orfano di entrambi i genitori. Grazie all’aiuto delle suore ha potuto studiare, comprare un terreno e costruirsi una casa di fango. Ora insegna nella scuola e potrà presto sposarsi. Dopo i 21 anni, infatti, è bene mettere su famiglia, avere dei bambini.

Candide era l’unica ragazza a portare i jeans, ma non la domenica per la messa, quando anche lei metteva i vestiti lunghi delle donne. Desirè, un ragazzo di 19 anni, indugiava per ore, con la sua calma, abbracciato a qualche amico, testa sulla testa, con grande tenerezza. In realtà è costume degli uomini di lì camminare mano nella mano e scambiarsi affettuosi abbracci. Di queste persone porterò con me quell’elevato grado di umanità così appagante da farti sentire sempre bene e in pace.

Siamo stati in Ruanda proprio durante la campagna elettorale presidenziale. Il voto del 25 agosto ha segnato il trionfo (oltre il 95% dei consensi) del Presidente uscente Paul Kagame, il leader del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), che dal 1994 è al governo dopo avere fermato, con le armi, il genocidio dei Tutsi. Quasi un milione di morti, buona parte della popolazione (di 8 milioni di abitanti) dislocata o scappata in Congo. Il Tribunale Internazionale istituito per fare giustizia sta ancora lavorando a pieno ritmo per accusare e processare i colpevoli.

Certamente la ferita resta aperta e la campagna elettorale si è incentrata sul tema dell’unità nazionale dei Ruandesi, contro chi intendesse ripresentare un discorso “etnico”. Così il principale oppositore di Kagame, Twagiramungu (tornato dall’esilio belga per candidarsi), veniva accusato di promuovere una politica “separatista”, cioè di divisione etnica fra Hutu e Tutsi. L’unico canale televisivo e l’unica radio nazionale, Radio Ruanda, sono saldamente in mano al governo dell’FPR che ne ha fatto strumento di propaganda. Non ci sono, invece, giornali abbastanza diffusi da fare opinione. La gente ascolta la radio. Ovunque passavano le macchine elettorali, con volantini, magliette, ombrelli. Ovunque l’immagine di Kagame: sugli edifici, sulle volte ad arco di entrata di ogni centro urbano. Le prefetture hanno organizzato una presenza capillare di rappresentanti dell’FPR, uno per ciascuna collina, in modo da controllare il voto. Le parole d’ordine erano quelle di un governo che pensava al bene di tutti e che stava portando sviluppo economico e apertura internazionale. A cinque giorni dal voto USAAID (l’agenzia USA per la cooperazione) ha promesso 55 milioni di dollari, per continuare sulla strada del “buon governo”, di un ambiente macro finanziario favorevole (cioè conti in ordine, moneta stabile al ribasso per favorire l’export), per la “sicurezza alimentare” e lo sviluppo agricolo. E’ la vecchia strada degli aggiustamenti strutturali: in particolare si investirà nel caffè, che è il primo prodotto di esportazione del Paese. Si discute delle privatizzazioni delle imprese statali (da ultime quelle di otto fabbriche del tè), con le polemiche di chi accusa il governo di svendere le risorse del Ruanda ad investitori esteri. Ma gli esperti americani replicano, alla radio, che così aumenterà l’efficienza e dunque il valore delle imprese. Frattanto, per favorire la crescita democratica del Ruanda, gli USA finanziavano la campagna elettorale di Kagame, difatti una campagna “all’americana”. Ovunque nei mercati, per le strade si vedevano persone trasportare grandi sacchi con la scritta “USA corn”.

Si assisteva, dunque, ad una occupazione di tutto l’apparato statale da parte del governo FPR, che non lasciava spazio ai tre candidati di opposizione. Si viene a sapere di arresti di presunti “sovversivi” che si incontravano nelle foreste. Una sera al centro di sanità sono arrivati dei feriti da macete. C’erano stati anche dei morti. Non si conosceva la causa: forse odio tra vicini, o situazioni di alcolismo (molto frequenti le violenze specie contro le donne). Quanto bastava per rialzare la tensione. Suor Claudine, infermiera al centro, ci dice: “Penserete che sono proprio matti questi ruandesi a uccidersi così, senza motivo. Chi non ha avuto morti di guerra nel 1994 e non ha visto bene la situazione allora, forse non può capire quanto di bene ha fatto questo governo per il Paese”. Lo spettro della violenza etnica rimane, nonostante la repressione che ha reso l’argomento un tabù.

Sono tanti i santuari delle vittime del genocidio. Siamo stati a Gikongoro, località Murambe, dove il governo sta costruendo un museo nazionale. Dietro ci sono degli edifici scolastici abbandonati. Una guida ci ha aperto le porte delle camere. Dentro, accatastati su tavoli, divisi per età e genere, i corpi dei morti del 1994, trattati con la calce. Ancora lì ad attendere degna sepoltura. Di 50 mila Tutsi della zona, ne sopravvissero solo tre. Fu la prefettura, per ordine del governo, a fare radunare la popolazione Tutsi in una piazza, con la scusa di volerla proteggere dal pericolo. In realtà era la trappola di un genocidio pianificato dall’alto: fucilati dalle forze dell’ordine, i corpi vennero nascosti in fosse comuni. Quell’uomo che ci faceva da guida, con evidente sulla fronte il segno di un proiettile, era uno dei tre superstiti. Creduto morto, riuscì a scappare in Burundi. Rientrò poi per testimoniare e, ancora oggi, raccontare. Tra i corpi c’erano anche quelli della moglie e di tre figli. Per giorni quell’odore terribile ci è rimasto dentro e ci ha disturbato lo stomaco.

Parlando con le persone si respira grande ottimismo e fiducia verso il futuro. Sembra esserci un consenso unanime sul fatto che il governo di Kagame sia un “buon governo”. In realtà, si ammette, c’è chi la pensa diversamente, ma ha paura di parlare, si può rischiare molto. C’è chi osserva come le politiche statali abbiano in realtà privilegiato i Tutsi. C’è chi ha un parente in prigione, ma senza accusa né processo. Si dovrebbe ammettere che tutti sono stati vittime delle ingiustizie, da una parte e dall’altra.

Tuttavia, continua l’argomento, il Paese ha bisogno di un governo forte, che sappia mantenere la pace sociale, anche al prezzo della repressione, anche se questa non è democrazia. Ferdinand, infermiere, ci dice: “Dateci dieci o venti anni e il Ruanda sarà cambiato, avrà raggiunto un grado più elevato di sviluppo”. Non c’è più paura della guerra. Si costruisce molto. Si investe nelle infrastrutture. Si investe nell’agricoltura commerciale per l’esportazione. Ci sarà la prima ferrovia ruandese tra Kigali e Kenya.

E’ bello sentire l’orgoglio delle persone per la propria terra. Eppure è difficile immaginare un cambiamento reale, in un Paese dove non si riesce a comprare petrolio (anche la benzina scarseggia sempre), dove ci sono solo poche industrie leggere, dove tutto viene importato e le esportazioni sono di soli prodotti agricoli. Ai bambini, in classe, spieghiamo che la ricchezza dell’Italia è arrivata con l’industrializzazione. E anche la favola di Pinocchio insegna che il sogno del “Paese dei Balocchi” sarebbe una scorciatoia ad una realtà complessa. Volevo parlare a quei bambini di diritti umani e di Dichiarazione Universale. Suor Rosa mi ha pregato di non farlo: in tempo di campagna elettorale ci potrebbero essere delle cattive interpretazioni. Ammetto di non capire, ma seguo il consiglio.
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